Ci sono attaccanti che hanno costruito intere carriere attorno a un particolare modo di fare gol. Quelli che attaccano la profondità, quelli che vivono dentro l’area di rigore, quelli che devono soltanto ricevere il pallone sul piede giusto per trasformarlo in una sentenza.
E poi c’era Antonio Di Natale, che probabilmente avrebbe potuto segnare anche bendato, dopo essere stato svegliato nel cuore della notte e con qualcuno che gli urlava nell’orecchio.
Perché riguardando i 15 gol più belli raccolti nel video qui sotto ci si rende conto di una cosa: Totò Di Natale possedeva una pulizia tecnica e una varietà di soluzioni offensive che oggi pochissimi attaccanti possono vantare.
E non è il solito discorso nostalgico secondo cui una volta erano tutti fenomeni e oggi non è più capace nessuno. È semplicemente una questione di repertorio.
Oggi siamo abituati ad attaccanti estremamente specializzati, giocatori capaci di perfezionare determinate situazioni fino a trasformarle nel proprio marchio di fabbrica. Di Natale, invece, sembrava non avere un modo preferito di segnare. O meglio, il suo modo preferito era qualsiasi modo gli permettesse di mandare il pallone in porta.
Poteva ricevere spalle alla porta, addomesticare un pallone complicatissimo e trovare l’angolino con il secondo tocco. Poteva controllare di coscia e calciare al volo di destro, coordinarsi per una mezza rovesciata, saltare due avversari nello stretto e freddare il portiere prima ancora che questo avesse il tempo di capire cosa stesse succedendo.
E ancora: pallonetti, punizioni a giro, conclusioni di prima intenzione, stop orientati che da soli valevano mezzo gol.
La cosa impressionante, però, non era soltanto la difficoltà delle esecuzioni. Era la naturalezza con cui le realizzava.
Non c’è quasi mai un controllo sporco, un movimento superfluo, un tocco di troppo. Ogni gesto sembra già preparare quello successivo. E la cosa assurda è che spesso bastano due tocchi per trasformare un pallone apparentemente innocuo in un gol meraviglioso.
D’altra parte parliamo di uno che, con la maglia dell’Udinese, ha segnato 227 gol in 445 partite ufficiali, di cui 191 in Serie A. Uno che ha vinto per due stagioni consecutive la classifica marcatori del campionato italiano, segnando 29 reti nel 2009/10 e 28 nel 2010/11, e che per quattro campionati di fila è riuscito a superare quota 20 gol.
Numeri impressionanti, che diventano ancora più assurdi pensando che Di Natale abbia vissuto il periodo più prolifico della propria carriera dopo i trent’anni, senza mai avere bisogno di trasferirsi in una grande squadra per dimostrare il proprio valore.
Dal 2004 al 2016 ha trasformato Udine nel palcoscenico delle proprie invenzioni, diventando il miglior marcatore della storia del club in Serie A e uno dei simboli più riconoscibili del calcio italiano di quegli anni.
Ma i numeri, per quanto straordinari, raccontano soltanto una parte della storia.
Non spiegano la bellezza dei suoi controlli, la precisione quasi geometrica delle conclusioni, la capacità di scegliere sempre la soluzione giusta anche quando sembrava non essercene nessuna. Non restituiscono la sensazione di vedere un calciatore che aveva un rapporto con il pallone talmente naturale da poter fare cose complicatissime senza dare l’impressione di compiere alcuno sforzo.
Ed è proprio per questo che vale la pena riguardare questi gol. Non soltanto per ricordarci quanto segnasse Antonio Di Natale, ma soprattutto per ricordarci come segnava.
Perché di grandi attaccanti ne abbiamo visti tanti, e fortunatamente continueremo a vederne. Ma uno capace di trasformare praticamente ogni situazione offensiva in un esercizio di tecnica, coordinazione e fantasia come faceva Totò è una rarità.
IL VIDEO:










































































