Il motivo per cui Roberto Baggio è rimasto immortale (VIDEO)

Ci sono calciatori che diventano simboli. E poi ci sono quelli che diventano memoria collettiva. Roberto Baggio appartiene alla seconda categoria.

Oggi, nell’anniversario del suo addio al calcio davanti ad un San Siro in festa, ricordiamo un giocatore leggendario.

Per capire cosa sia stato Baggio per il calcio italiano bisogna dimenticare per un attimo i numeri e i trofei.

Perché Baggio, in Italia, non è mai stato soltanto un calciatore. È stato il tentativo disperato di mettere la poesia dentro un calcio che spesso sembrava vergognarsi della fantasia.

L’Italia degli anni Novanta era il centro del calcio mondiale: stadi pieni, difese leggendarie, stranieri iconici. Eppure dentro quel contesto così tattico, così ossessionato dall’ordine, Baggio sembrava quasi un errore di sistema. Giocava seguendo l’istinto, non le istruzioni. Non aveva davvero un ruolo fisso: seconda punta, trequartista, rifinitore, attaccante. Platini lo definì un “9 e mezzo”, proprio perché era troppo libero per essere rinchiuso dentro una posizione.

Ed è forse questo il motivo per cui il Paese si è riconosciuto così tanto in lui. Baggio era “fragile” in un calcio che idolatrava i guerrieri. Taciturno in un ambiente pieno di personaggi rumorosi. Sembrava sempre stare un passo di lato rispetto a tutto: alle polemiche, al potere, perfino alla propria leggenda.

In Italia dici “Baggio” e nessuno pensa subito ai trofei. Pensano al gol con la Cecoslovacchia a Italia ’90. Pensano alle ginocchia distrutte. Pensano a Pasadena. Pensano a quella camminata dopo il rigore sbagliato contro il Brasile, forse l’immagine sportiva più potente della storia italiana. Perché in quel momento Baggio smette di essere soltanto un campione e diventa qualcosa di molto più raro: un eroe tragico.

E gli eroi tragici, in Italia, restano per sempre.

Fa impressione pensare che il giocatore più amato della storia recente del nostro calcio sia uno che ha perso la partita più importante. Ma forse è proprio lì il punto. Gli italiani non hanno amato Baggio perché vinceva. Lo hanno amato perché sembrava umano anche mentre faceva cose disumane col pallone.

Ancora oggi, quando si parla della crisi del calcio italiano, il nome di Baggio riappare continuamente. Non per nostalgia sterile, ma perché rappresenta tutto ciò che pensiamo di aver perso: libertà creativa, tecnica, immaginazione. Nel suo dossier (sì, il famoso dossier di 900 pagine) “Rinnovare il Futuro”, Baggio criticava infatti un calcio giovanile troppo fisico e schematico, chiedendo un ritorno alla centralità del talento individuale.

In fondo Roberto Baggio è stato questo: il ricordo costante che il calcio italiano, quando vuole, può ancora produrre bellezza. Anche dentro il caos.

E giusto per darci la mazzata finale, un bel video per rovinarci definitivamente la giornata: