Riuscire a sfondare nel calcio non ha lo stesso significato per tutti i giocatori, e questo Carlos Tevez ce l’ha sempre avuto bene in mente.
Riuscire a firmare un contratto da professionista cambia indubbiamente la vita a chiunque, a prescindere dall’estrazione sociale e dallo status della propria famiglia, ma ci sono giocatori che hanno fatto del loro successo un trionfo di tutta la comunità che rappresentano.
Un po’ quello che dicono di voler fare i rapper, che si fanno strada parlano di denuncia sociale, disagio, quartieri difficili, e inseriscono nella retorica dei loro testi un riscatto che non riguarda solo loro. Riguarda la famiglia, gli amici e la piazza che li ha visti crescere.
Questo riscatto però ha un significato del tutto soggettivo. Per qualcuno significa stabilizzarsi economicamente e vivere una vita sfarzosa grazie al successo, abbandonando completamente ogni traccia che riporti alla vita che facevano fino a prima.
Per altri invece significa, al contrario, tenere vive le tracce di quella vita. Certo, i soldi assumono un ruolo centrale perché permettono di cambiare tutto anche in questo contesto, ma senza fare in modo che cancellino autonomamente tutto ciò che c’era prima.
Ed è proprio in questa seconda casistica che rientra Carlos Tevez.
Nato e cresciuto a Fuerte Apache, uno dei quartieri più poveri e pericolosi di Buenos Aires, una volta diede voce a questo principio cardine della sua vita attraverso un aneddoto unico: “Quando sono arrivato in Inghilterra, mi hanno portato a vedere la casa che la squadra mi metteva a disposizione. C’erano un giardino, un garage, pavimenti lucidi… e silenzio.Tanto silenzio. Io venivo da Fuerte Apache, dove dormivamo in cinque nella stessa stanza e gli spari facevano da cornice alla notte. Non sapevo cosa volesse dire vivere nella tranquillità. Mi faceva paura. Dopo un po’, ho chiesto di trasferirmi. Sono andato in un quartiere più povero, più rumoroso, dove i vicini urlavano, cucinavano sul marciapiede e i bambini giocavano per strada. È lì che mi sono sentito a casa. Non tutti sogniamo le stesse cose. Alcuni di noi sognano di tornare a ciò che sono davvero.”

La chiave sta tutta lì in quel “Non tutti sogniamo le stesse cose, alcuni di noi sognano di tornare a ciò che sono davvero”.
Ora Carlos Tevez allena il Talleres, squadra di Primera Division.
Prima di questa esperienza era all’Independiente, e in un’intervista raccontò che aveva inserito due ore di studio obbligatorio per i propri calciatori dopo gli allenamenti. Questo perché, come ha raccontato, si è reso conto che la maggior parte dei suoi atleti non sapeva leggere, scrivere, o risolvere quesiti base di matematica. Ma sopratutto perché “Crescere nella povertà e vedere i sacrifici che hanno fatto i miei mi ha fatto capire il valore del lavoro, ma soprattutto l’importanza di sapersi esprimere per evitare di essere fregati e raggirati. L’importanza di saper leggere per non vivere nell’ignoranza e nell’emarginazione”.

Carlo Tevez è non è stato uno degli attaccanti più forti della storia, ma quasi sicuramente uno dei più potenti, rapidi e veraci. Aver avuto una carriera come la sua avendo sempre in mente le sue origini e il desiderio di cambiare sul serio la vita degli altri, fa di lui una delle persone più vere che il sistema calcio abbia mai incontrato.




























































